Quarta Domenica dopo Trinità
Ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro come il maestro
“Ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”. L’apprendista impara il suo mestiere seguendo attentamente ciò che gl’insegna, con la parola e l’esempio, l’artigiano presso il quale lavora. A scuola, la funzione del maestro è molto importante, perché egli non impartisce il contenuto delle varie materie d’insegnamento previste dal programma, ma, che lo voglia o no, egli stesso diventa pure il modello, l’esempio, che gli scolari seguono, colui che essi imitano, tanto che essi possono dire: “Se così fa il maestro, possiamo farlo anche noi!”. Questo non riguarda solo, ad esempio, i lavori manuali, quando gli scolari lo guardano mentre esegue un manufatto di legno, ma riguarda il suo stesso modo di vivere, di parlare, di agire e reagire. Il principio dell’imitazione vale ancor di più per i genitori rispetto ai loro figli.
Si possono insegnare loro tante cose belle e giuste, ma se non le vedono, per così dire “incarnate”, esemplificate, in loro, l’insegnamento si rivelerà vano. Non c’è nulla di più controproducente, infatti, di chi sembra comunicare il classico: “Fate ciò che vi dico, ma non fate ciò che faccio”. Si potrebbe, allora, applicare molto bene a questo campo pure il detto: “Dimmi chi sono i tuoi maestri, e ti dirò chi sei”.
“Ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”: questo principio appare in modo esplicito nel testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione. Si trova nel vangelo secondo Luca, al capitolo 6, dal versetto 36 al 42. Si tratta del frammento di una lezione che Gesù sta impartendo ai Suoi discepoli. Essa riguarda la misericordia, l’importanza della misericordia, della generosità, dell’atteggiamento di tollerante e paziente disponibilità ed apertura che il cristiano deve avere verso gli altri.
Potete essere certi che, anche in questo caso, non si trattava di una lezione teorica, perché era esemplificata in modo incontestabile dalla Sua stessa vita che, a sua volta, rifletteva il modo d’essere e di fare di Dio stesso. Gesù, infatti, disse: “In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da sé stesso far cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (Gv. 5:19). Per questo, Egli poteva dire: “Ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”.
Potremmo anche aggiungere che, senza dubbio, Gesù preparasse molto bene gli uomini e le donne che Lo seguivano come Suoi discepoli, allo stesso modo in cui Egli intende preparare bene anche noi che oggi udiamo questo messaggio. Siamo qui, infatti, per nessun altro motivo che per essere da Lui ulteriormente istruiti. La predicazione, preparata, seguita e sulla quale ben si deve riflettere, fa parte, infatti, di quella “formazione permanente” a cui il cristiano volentieri si sottopone, come dice la Scrittura, “…fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Ef. 4:13). Intendiamo udire proprio per questo, e con attenzione, il Suo insegnamento, approfondirlo e per poi praticarlo nella nostra vita. Saremo, così, degni della vocazione che c’è stata rivolta.
Il testo biblico
Leggiamo, dunque, il testo:
“Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. «Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi». Poi disse loro anche una parabola: «Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più grande del maestro; ma ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro. Perché
guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? Come puoi dire a tuo fratello: “Fratello, lascia che io tolga la pagliuzza che hai nell’occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dall’occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello” (Lu. 6:36-42).
1. Misericordia ricevuta, misericordia data
La prima cosa che Gesù dice in questo nostro testo è: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (36).
Sulla base della loro esperienza. Gli insegnamenti che Gesù rivolge ai Suoi discepoli, non sono insegnamenti astratti. Essi non sono insegnamenti moraleggianti che lasciano il tempo che trovano. Quando Gesù qui parla di misericordia, Egli fa appello, prima di tutto, alla loro esperienza personale, a ciò che a loro è successo quando il Cristo li ha chiamati.
Gesù sembra dire qui: “Ora fate parte della famiglia di Dio: come siete, però, arrivati a farne parte? Per vostro diritto naturale? Dio vi ha forse chiamato perché eravate della brava gente? Perché ve lo meritavate? No. In voi stessi non c’era nulla che avrebbe potuto attirare il favore di Dio. Eravate lontani ed ostili a Dio, vantavate la vostra autonomia da Lui e disprezzavate ed ignoravate la Sua buona e santa legge. La vostra vita era vuota e senza speranza.
Meritavate solo la Sua condanna. Dio, però, ha avuto misericordia di voi e vi affidato a me, affinché io mi prendessi cura di voi, per il tempo e per l’eternità”.
Scrivendo ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo scrive: “…ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo” (Ef. 2:12,13). Lo stesso apostolo Paolo, rendendo testimonianza alla sua esperienza, aveva scritto: “…prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella
mia incredulità; e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo” (1 Ti. 1:13-15). E’ per questo che l’Apostolo proclama che al centro del messaggio evangelico sta la misericordia di Dio verso i peccatori che si ravvedono e affidano sé stessi a Cristo. Scrive:“..tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù” (Ro. 3:23,24).
Sulla base dell’esempio di Gesù.
I discepoli di Gesù potevano vedere non solo la propria esperienza personale, esperienza di misericordia ricevuta, ma anche vedere che cosa, di fatto,
Gesù faceva quando s’interessava fattivamente di tutti coloro che erano derelitti ed esclusi dalla società, gente dalla vita rovinata, criminali, disonesti, sfruttatori, persino gente a lui ostile, alla quale, ciononostante, offriva la possibilità della riabilitazione.
Si può dire che il versetto: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (36) sia come una cerniera che collega quello che sta prima: il comandamento sull’amare persino i nostri nemici, così esemplificato dallo stesso Gesù, con l’esortazione a fare altrettanto, per cui Gesù dice: “…vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (Gv. 13:15). Prima, infatti, aveva detto: “…amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza
sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lu. 6:35,36).
La misericordia, la generosità, l’atteggiamento di tollerante e paziente disponibilità ed apertura che dovete avere verso gli altri deve, perciò, essere la risposta che voi date a ciò che Dio stesso ha manifestato verso di voi e secondo l’esempio che voi vedete in atto in Gesù.
In che modo, però, può essere manifestata ancora, la misericordia verso gli altri alla quale Gesù ci chiama? E’ quello che Gesù illustra nei versetti che seguono.
2. Giudicare si, ma come?
Gesù dice: “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato” (37).
Giudicare, criticare e condannare gli altri è uno “sport” molto diffuso in questo mondo e in modo spesso spietato e senza scrupoli. Si parla tanto di “tolleranza”, ma spesso, verso gli altri, si è esigenti, insofferenti, spietati, perfezionisti: le debolezze e i difetti altrui si è ben lungi dal sopportarle con pazienza, come dovremmo.
Questo non vuole dire “lasciar correre” tutto, permettere tutto, non tendere al meglio e non esercitare un giusto spirito di critica verso ciò che è oggettivamente sbagliato. Per Gesù esistono chiari criteri che definiscono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: la legge rivelata di Dio. Rispetto ad essa vanno giudicati noi stessi, gli altri, e il mondo. Gesù era stato il primo a denunciare ciò che è sbagliato, MA lo faceva prima come persona coerente e non ipocrita, e poi in modo costruttivo, con carità ed amore. Per Gesù “c’è modo e modo” per giudicare.
Gesù insegna in altri testi che i Suoi discepoli devono talvolta giudicare ciò che fanno altri e che il carattere del cuore d’una persona può essere riconosciuto da ciò che fa: forse che Egli si contraddice con quanto dice qui? No, ciò contro al quale qui Gesù mette in guardia è l’ipocrisia di coloro che condannano gli altri per ciò di cui essi stessi sono colpevoli, non la legittimità del giudizio. L’apostolo Paolo condanna, ad esempio. l’ipocrisia di molti Giudei che si ritenevano giusti davanti a Dio e che condannavano gli altri, con queste parole:“…
perciò, o uomo, chiunque tu sia che giudichi, sei inescusabile; perché nel giudicare gli altri condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le stesse cose. Ora noi sappiamo che il giudizio di Dio su quelli che fanno tali cose è conforme a verità. Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? (…) come mai dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? Tu che predichi: «Non rubare!» rubi?
Tu che dici: «Non commettere adulterio!» commetti adulterio? Tu che detesti gli idoli, ne spogli i templi? Tu che ti vanti della legge, disonori Dio trasgredendo la legge?” (Ro. 2:1-3; 21-23).
Prima di giudicare e condannare, dice Gesù, bisogna verificare onestamente se noi davvero siamo coerenti con ciò che pure noi rimproveriamo gli altri ed essere pronti ad usare loro la stessa tolleranza che noi abbiamo verso noi stessi, perché noi “ci perdoniamo” molto di ciò che magari non perdoniamo agli altri. L’umiltà nel giudizio, per Gesù è essenziale, come pure la pazienza, il perdono. I problemi vanno risolti, corretti, combattuti, con umile e paziente perseveranza, consapevoli della durezza e della corruzione del cuore umano che tutti ci accomuna,
e che possono essere scalfite solo con un lento lavorio.
Se non siamo pazienti verso gli altri, molto probabilmente sottovalutiamo quanta pazienza Iddio ha avuto ed ha verso di noi e certamente non imitiamo il nostro maestro Gesù Cristo.
3. Bruscolini e travi
L’esempio “classico” di come il giudizio possa essere del tutto fuori posto da parte di chi “non guarda prima di tutto a sé stesso”, molto onestamente ed oggettivamente (qualità molto rara), è quello dei versetti 41 e 42, in cui Gesù dice: “Perché guardi la pagliuzza che è ne l’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? Come puoi dire a tuo fratello: “Fratello, lascia che io tolga la pagliuzza che hai nell’occhio”, mentre tu stesso non
vedi la trave che è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dall’occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello” (41, 42).
“Guarda, hai qualcosa nell’occhio, aspetta che te lo tolgo…”, si dice talvolta a qualcuno che, a causa del vento, un bruscolo gli è andato in un occhio. Gesù prende quest’immagine per disegnare una sorta di caricatura umoristica. La possiamo anche immaginare. Ecco uno che si sfrega l’occhio perché ha dentro un piccolo frammento di legno che gli dà fastidio. Arriva così uno che glielo vuole togliere, ma lui ha un intera trave nel suo! Che si tolga la sua,
che è grossa, prima di pensare di togliere qualcosa di piccolo in un altro! Il punto di questa illustrazione umoristica è chiaro: la prima persona pensa di essere superiore alla seconda senza rendersi conto della propria inadeguatezza e cecità, che lui avrebbe in sé stesso ben più cose da criticare ed emendare, prima di occuparsi di toglierne in altri! Gesù, qui, ancora attacca coloro che condannano gli altri con compiacimento e atteggiamento critico.
Ancora, il non giudicare gli altri non significa non potere mai valutare e giustamente discriminare persone e situazioni. Gesù è il primo ad insegnarci ad avere uno spirito critico, ma si tratta di un sano spirito critico. Gesù parla contro l’atteggiamento di chi ritiene d’essere superiore agli altri e migliore di loro e non si rende conto, non solo che non è vero, ma che dovrebbe prima risolvere i suoi problemi, che sono anche peggiori…
Ad alcuni suoi contemporanei Gesù diceva: “Guai anche a voi, dottori della legge, perché caricate la gente di pesi difficili da portare, e voi non toccate quei pesi neppure con un dito!”
(Lu. 11:46). Gesù denunciava chiaramente ciò che era cattivo ed ingiusto, come pure indicava il dovere dell’attenta osservanza dei comandamenti di Dio, ma poteva farlo perché Lui era quello che era: coerente! Egli poteva dire: “Chi di voi mi convince di peccato?” (Gv. 8:46).
Ovviamente questa non è una scusa per dire: “Tanto siamo tutti peccatori, e quindi non si può cambiare nulla”. No, ma si deve dire: “Lavoriamo insieme, umilmente, per risolvere questa situazione”. Solo chi è umilmente consapevole del proprio peccato può aiutare gli altri a “togliere il bruscolo dal loro occhio”, infatti, Gesù dice: “…e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello”. L’apostolo Paolo, infatti, scrive: “Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine.
Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato” (Ga. 6:1).
4. Generosità
Un altro modo di descrivere quella che abbiamo chiamato “pazienza” verso gli altri, è avere, verso di loro, uno spirito generoso. La generosità non è solo, infatti, la qualità di chi dona volentieri e con abbondanza ad esempio, denaro o cose materiali, ma chi ha animo nobile ed è portato a perdonare, ad essere altruista, a fare offerta di sé fino al sacrificio. Il suo contrario è grettezza, avarizia, egoismo, bassezza, chi è ingeneroso e meschino. Ecco così, che Gesù dice:
“Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi»” (38). E’ proverbiale l’avarizia e la grettezza di chi abita certe regioni o nazioni, ma non così deve essere fra i discepoli di Colui che per la salvezza di chi, comunque, non lo meritava, ha dato non solo tutto ciò che aveva, ma l’intera Sua vita.
Ecco così che qui Gesù esorta ad essere pronti a “fare concessioni”, anche quando non sarebbe dovuto. L’illustrazione che Egli usa per far meglio capire questo concetto dirige l’attenzione a ciò che avveniva al mercato, là dove i venditori di granaglie usavano uno speciale vaso di terracotta che serviva per misurare la quantità venduta. Il venditore generoso prendeva questo vaso, lo riempiva, poi lo scuoteva e ne pigiava il grano affinché il vaso ne contenesse di più, riempiendone ogni interstizio. Vi sono venditori che ingannano sul prezzo
o sul peso per guadagnare di più e dare meno prodotto. Il “venditore” che “segue Cristo” fa l’opposto: dà generosamente. Egli non solo “schiaccia bene il grano” nella misura, ma ne mette tanto da farlo traboccare e poi ne versa il contenuto nel grembiule del cliente. Non lesina il prodotto, ma “contro i suoi interessi” ha molto più caro compiacere l’avventore, fargli del bene, renderlo contento che “guadagnarci sopra”. Non è “tirchio”. Gesù disse ai Suoi discepoli:
“Guarite gli ammalati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt. 10:18).
Esiste quindi pure una “tirchieria” dello spirito che rispecchia il proprio egoismo, il “pensare solo a sé stessi”, in contrapposizione a chi trova il proprio piacere nel compiacere gli altri.
Se ci comportiamo con generosità, anche gli altri, poi, saranno portati a trattare pure noi con generosità, e quindi “ad averne un ritorno”. Chi ha paura di “dare troppo” e poi di “immiserire”, non comprende che generosità genera generosità. C’è certo la paura di “far la figura del fesso” ed essere così solo sfruttati dagli altri… Questa generosità, però, è intelligente, non implica il “dilapidare” e non esclude la saggia previdenza. In ogni caso, proprio come Dio ha generosamente dato tutto di Sé, così il discepolo deve dare agli altri in modo traboccante.
C’è chi vorrebbe “risparmiare”: grazie a Dio, però, Egli si comporta diversamente con noi: Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?” (Ro. 8:32).
L’idea, in ogni modo, è quella del “Si raccoglie ciò che si semina”, come scrive
l’Apostolo: “…quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà” (Ga. 6:7). La misericordia produrrà misericordia, il giudizio procura giudizio, la condanna procura condanna, il perdono procura il perdono, la liberalità produce liberalità.
Conclusione
Abbiamo lasciato per la fine della nostra riflessione di quest’oggi i versetti 39 e 40 del nostro testo, che dicono:“Poi disse loro anche una parabola: «Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più grande del maestro; ma ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro” (39, 40).
Eravamo partiti facendo notare le responsabilità sia del maestro sia del discepolo. Chiudiamo cosî il cerchio con il proverbio citato da Gesù nel versetto 39, che il vers. 40 spiega.
Quanti maestri d’errore vi sono in questo mondo, che portano alla perdizione intere masse inconsapevoli di persone. Chi li segue farà una brutta fine, per questo bisogna avere il necessario discernimento. Per questo il cristiano s’atterrà scrupolosamente all’insegnamento ed all’esempio di Gesù, via, verità e vita. Solo così potrà dimostrare di “vederci chiaro” e condurre alla salvezza, a sua volta, coloro che Iddio gli pone accanto.
C’è però chi critica l’insegnamento di Gesù e pensa di saperla più lunga del Maestro! Il discepolo di Gesù non va “oltre” al suo Maestro, ma ambisce essere come lui. Gesù non dice:
“Venite e passatemi avanti”, ma “Seguitemi!”.
Portare il nome di cristiano, essere membro della Chiesa di Gesù Cristo, implica una gran responsabilità. Il discepolo di Cristo, perciò, dovrà stare attento a come ritrasmette verbalmente e manifesta fattivamente (anche inconsapevolmente) l’insegnamento ricevuto dal maestro.
Quanti cosiddetti cristiani, infatti, oggi, portano altri su una strada sbagliata con la loro cattiva testimonianza, o insegnamento difettoso ed errato. Sono come ciechi guide di ciechi.
Essi saranno da Dio considerati persino più colpevoli di chi non aveva preteso di considerarsi cristiano.
Il cristiano deve accuratamente e fedelmente, calcare le orme del suo Maestro, altrimenti le conseguenze potrebbero essere disastrose. Se mi dico discepolo di Gesù e “porto il Suo nome”, quello che dico e faccio deve rispecchiare quello che Lui era ed allora “avrà un buon effetto” sugli altri. Se, però, dico di essere quello che non sono, oppure pretendo di interpretare “a modo mio” quello che Gesù insegna, correggerlo, “integrarlo”, cavillando su di esso, pretenderei di essere “più grande del maestro”.
“Ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro”: accertiamoci, allora, che il nostro maestro sia davvero Cristo, prepariamoci bene alla Sua scuola e non cadremo “in un fosso” dal quale non è detto che potremmo ancora essere ricuperati!
Paolo Castellina




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